Museo della bici di Pesaro

Pesaro vanta la “Bicipolitana”: 100 chilometri di piste ciclabili, un progetto nato nel 2005 che ha fatto scuola in Europa. Da questa realtà è nato il Museo della Bicicletta, voluto dall’Amministrazione Comunale guidata dal sindaco Matteo Ricci insieme a Daniele Vimini vicesindaco e assessore alla Bellezza e Mila Della Dora assessore alla Rapidità. Curato da Dario Corsi, il museo è stato inaugurato lo scorso 11 giugno da Valentina Vezzali, Sottosegretario con delega allo Sport.

Il Museo della Bicicletta racconta, con 40 bici da corsa, le gesta di ciclisti entrati nell’immaginario collettivo. Il progetto prevede che in futuro il museo accoglierà motociclette straordinarie tra cui la collezione Morbidelli, recentemente salvata dall’ASI e provvisoriamente collocata presso il Museo Benelli.

Attualmente il settore principale è dedicato alla storia del Giro d’Italia. Le didascalie in rosa ci ricordano i momenti salienti dell’epica competizione ciclistica mentre scorriamo con lo sguardo le varie biciclette che ci raccontano l’evoluzione dei modelli da corsa.

La “maglia rosa” autografata da Marco Pantani ed una bellissima scultura in bronzo di Fausto Coppi vanno a toccare punti nevralgici della nostra emotività. Due campioni italiani tra i più amati di sempre. La documentazione fotografica e le immagini in movimento ci fanno immergere nel clima del “giro”, quando l’Italia si fermava e soffriva vicino alla radio o davanti al televisore.

Il ciclismo è un fenomeno sociale che ha attraversato la storia d’Italia degli ultimi due secoli. Secondo alcuni potrebbe perfino aver scongiurato una “guerra civile”. Il 14 luglio 1948 ci fu l’attentato a Palmiro Togliatti. Era in corso il Tour de France ed il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, telefonò a Gino Bartali chiedendogli di vincere il tour per scongiurare una sommossa popolare. Il giorno dopo Bartali dominò la tappa e alla fine, dopo aver recuperato più di 20 minuti all’idolo di casa Bobet, il 25 luglio trionfò a Parigi.

Ingresso gratuito.

 

Collezione ASI Micromotori

Testimoni dell’ingegno del Dopoguerra

La Collezione ASI Micromotori è stata acquisita dalla Federazione con l’obiettivo di preservare alcuni particolari veicoli che hanno rappresentato il sistema di mobilità individuale del secondo dopoguerra: è composta da 36 “micromotori” costruiti tra gli anni Quaranta e Cinquanta del secolo scorso.

I “micromotori” sono sostanzialmente delle biciclette alle quali è applicato un piccolo motore: alcuni nascevano da uno stesso costruttore che proponeva telaio e propulsore, ma la maggior parte sono soluzioni miste con motori ausiliari abbinati alle biciclette dell’epoca, con trasmissione a rullo o a catena.

Quella acquisita da ASI è una collezione frutto di 25 anni di ricerca da parte dell’appassionato Michele Muzii, che ha voluto rendere omaggio alla testimonianza dell’ingegno di progettisti, meccanici e artigiani che in anni difficili hanno contribuito a rimettere in movimento la popolazione di mezza Europa con forme più leggere ed economiche della “vera” motocicletta.

La scelta e la selezione dei mezzi ha seguito due principi ispiratori: quello per l’estetica, orientato dal gusto per veicoli peculiari nelle forme e nelle soluzioni tecniche e quello per il confronto tra le creazioni di diversi Paesi, da sempre protagonisti nell’evoluzione del motorismo.

Museo della Carrozza

Per viaggiatori d’altri tempi…

Il Museo della Carrozza  è stato istituito dal Comune di Macerata nel 1962 e a partire dal  2009 gode di un nuovo e originale allestimento all’interno del settecentesco Palazzo Buonaccorsi dove, negli spazi riservati alle vecchie scuderie, ha trovato un contesto ideale e suggestivo dove esporre 24 veicoli che testimoniano l’evoluzione del mezzo dalla fine del ‘700 agli inizi del ‘900. L’assetto è pensato come un racconto, un’avvincente storia di carrozze che, impiegate per utilità o per diletto, hanno percorso le strade del territorio marchigiano ed in tempi diversi hanno conosciuto una lunga e complessa evoluzione. Tutte le caratteristiche tecniche, le particolarità di funzionamento e le notizie storiche sono contenute nei tablet posizionati lungo il percorso ed illustrate nell’audioguida da richiedere presso la biglietteria. Per i non vedenti  sono a disposizione le audiodescrizioni  e per le visite guidate è richiesta la prenotazione. Il percorso si snoda attraverso cinque tematiche: Il viaggio nell’Ottocento – Fra città e campagna – La carrozza sportiva – Giocare con la carrozza – In carrozza! Con quest’ultima, ottenuta con sistemi elettronici multimediali, termina la narrazione che, attraverso un insolito viaggio in carrozza virtuale, trasferisce il visitatore nell’antico fascino dei piccoli comuni dell’entroterra maceratese.

Museo delle Carrozze

Landau, Brougham, Fiacre, Mail Coach, Vis à Vis
Verona

Ricca collezione con 50 rare carrozze dell’Ottocento, trotter e diligenze postali, tutte perfettamente funzionanti e magnificamente conservate. La collezione era stata raccolta nel Novecento dal commendator Giorgio Giorgi, incaricato di preparare una sezione dedicata alle carrozze per l’Esposizione Universale di Roma del 1942, annullata per la guerra. Le carrozze vennero successivamente donate al Comune di Verona dalla stessa famiglia Giorgi in occasione delle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della Fiera di Verona (che era nata come fiera dei cavalli nel 1898). Sono rappresentati tutti i principali modelli di carrozze dell’Ottocento come il Mail Coach, il Brougham, il Break, il Dos à Dos, il Fiacre, il Vis à Vis e tanti altri tipi. Una verà rarità è il Dog Cart a due ruote per gite e tour di caccia, che deve il suo nome all’apposita gabbia per sistemare i cani. Non manca il Landau, che prende il nome della omonima cittadina tedesca, e il cui primo modello nel 1794 venne utilizzato dall’imperatore austriaco Giuseppe I per compiere un viaggio da Vienna a Landau. Ospitato in un grande padiglione della Fiera di Verona, il Museo delle Carrozze dell’Ottocento è visitabile solo in occasione dell’annuale Fieracavalli e della Fieragricola.

Musei Vaticani, Padiglione delle Carrozze

Molti visitano i Musei del Vaticano, ma pochi visitano il Padiglione delle Carrozze, un’ala non molto conosciuta, dedicata alle auto d’epoca dei pontefici.   Istituito per volere di papa Paolo VI e allestito nel 1967 in un ampio locale (edificato tra il 1963 e il1964) questo museo è situato sotto il cosiddetto “Giardino Quadrato“. Dopo un lungo lavoro di ampliamento, nell’ottobre del 2012 è stato riaperto al pubblico. L’itinerario museale si sviluppa in due itinerari che documentano la storia dei mezzi di trasporto usati dai Papi con gli oggetti ad essi collegati, come selle, finimenti e bardature per i cavalli. La visita inizia con splendidi esemplari di carrozze e portantine impreziosite da stucchi, pitture e decorazioni che le rendono dei veri e propri gioielli d’arte. Il primo itinerario, quello delle “Carrozze”, conserva splendidi e sfarzosi mezzi di trasporto di “protocollo”, tra cui spicca la Berlina di gran gala (1826), costruita per Leone XII dal celebre carrozziere romano Gaetano Peroni, arricchita successivamente con nuovi decori per Papa Gregorio XVI nel 1841. Questa maestosa carrozza venne usata nelle grandi solennità anche dai pontefici successivi fino a Pio IX (1878). Altro piccolo capolavoro è la Berlina di gala rossa e oro, del XIX secolo, appartenente al cardinale Luciano Luigi Bonaparte che l’ebbe in dono da suo cugino, l’imperatore di Francia Napoleone III. Agli occhi risalta lo stemma in ottone dell’aquila napoleonica. Sono poi esposte carrozze per lunghi viaggi o per il trasporto quotidiano e cittadino, comprese le portantine, i finimenti e le bardature per i cavalli, i quali costituiscono una rara testimonianza storica della mobilità pontificia, che ebbe un brusco arresto con la presa di Roma del 1870 e la sua annessione al Regno d’Italia. Da quel momento, infatti, il Papa non ha lasciato i suoi appartamenti situati all’interno delle mura vaticane fino al 1929. Di particolare interesse storico, due berline da viaggio, adatte a sostenere lunghi percorsi su strade sconnesse. La prima venne utilizzata da Pio IX, dopo lo scoppio dei moti rivoluzionari a Roma, per fuggire a Gaeta nel novembre  del 1849, e per il suo rientro dall’esilio dopo la fine della Repubblica Romana. L’altra venne adoperata per il viaggio di ritorno dello stesso Pontefice, ultimo “Papa Re”, nei territori dello Stato Pontificio della Romagna e delle Marche settentrionali. Vi sono poi dei “Landaux” neri, usati per il trasporto giornaliero dei papi fino agli anni ’20 del 1900. inoltre, non mancano le portantine più recenti, come quella risalente all’ultimo quarto del XIX secolo, foderata in damasco rosso, fatta costruire da Leone XIII. O quella del 1887, realizzata in legno, ma mai usata dal Papa, donata a Leone XIII dai fedeli napoletani in occasione del 50° anniversario del suo sacerdozio. Nel 1909 l’arcivescovo di New York offrì in dono una Itala 20/30 a Pio X, regalo rifiutato dal Pontefice che preferì continuare le sue passeggiate nei Giardini Vaticani su una comoda, e meno rumorosa, carrozza . La prima vettura entrata in Vaticano risale al pontificato di Pio XI. Si tratta
di un’automobile Bianchi Tipo 15, donata al Papa dall’Associazione delle Donne Cattoliche dell’Arcidiocesi di Milano. Poiché la questione della sovranità della Santa Sede non era ancora risolta, a questa vettura fu affissa la targa del Corpo Diplomatico (CD 404). A Pio XI venne regalata anche un’automobile Bianchi Tipo 20, donata subito dopo la precedente, dalla stessa casa automobilistica italiana, che ottenne così, per prima, l’ambito titolo di “Fornitori Pontifici”. Con la firma dei Patti Lateranensi, avvenuta l’11 febbraio del 1929, le principali case automobilistiche internazionali fecero a gara per regalare ai pontefici le loro vetture migliori. Così, nel grande salone interrato, troviamo una Fiat 525 M, donata nell’aprile del 1929, l’Isotta Fraschini 8, offerta il 1 maggio dello stesso anno, la Graham Paige 837, data nel dicembre del ’29. Vi è poi la Citroën C6 Lictoria Sex, del 1930, appositamente progettata per Pio XI e costruita per gli standard di una carrozza pontificia. O la Mercedes Benz, utilizzata il 19 luglio del 1943 da papa Pio XII, dopo il violento bombardamento sul quartiere di San Lorenzo, per visitare i luoghi colpiti dalla crudeltà della guerra che scosse anche Roma. Vi è poi la 460 Nürburg limousine a passo lungo, disegnata da Ferdinand Porsche e donata al Pontefice nel novembre del 1930. Dal 1931, le carrozze pontificie cedono il posto alle automobili a tutti gli effetti. Venne istituito il Registro Automobilistico del Vaticano. Le targhe SCV (Stato della Città del Vaticano) saranno a lettere rosse su sfondo bianco per il Papa, lettere nere su uno sfondo bianco per tutte le altre vetture. In linea con i tempi, subito dopo il Giubileo del 1975, arrivò anche la prima ‘Papamobile’, un fuoristrada bianco che usa il Papa per percorrere brevi itinerari. Risalta agli occhi
la Fiat 1107 Nuova Campagnola, famosa perché su di essa Giovanni Paolo II subì l’attentato del 13 maggio 1981. L’esposizione di questa vettura assume un valore simbolico, come sottolineato da Antonio Paolucci, ex direttore dei Musei Vaticani: “Quest’automobile come la Chiesa, anche se ferita, va avanti“. Simpatica la Renault 4 bianca donata a Papa Francesco da don Renzo Zocca, sacerdote veronese, molto attivo nel volontariato sociale a favore delle persone meno agiate.Tra le nuove acquisizioni, anche una Volkswagen “Maggiolino” 2003, donata a Giovanni Paolo II. Essa è l’ultima prodotta dalla catena di montaggio della casa automobilistica in Messico (30 luglio 2003), dopo la quale è stata dismessa. Vi è poi il volante della “Formula 1 – Ferrari 2003” di Michael Schumacher, donato a Benedetto XVI dall’allora presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo, con la dedica: “Il volante della F1 Campione del Mondo a Sua Santità, pilota della cristianità”. Inoltre, è visibile
un modellino della prima locomotiva della Città del Vaticano.

 

Collezione Nicoletti

La ditta “Cicli Nicoletti Ettore”, una delle più antiche del settore, ha costruito e commercializzato biciclette in Verona per più di un secolo attraverso tre generazioni.  Un giovanissimo Ettore apriva nel 1909 dopo aver lavorato presso la locale  concessionaria delle biciclette Edoardo Bianchi.

I primi anni di attività di Ettore vengono continuamente interrotti dalle chiamate alle armi, prima per il servizio di leva, poi per la guerra di Libia e infine per la Grande Guerra. Dal 1915 al 1918 lavora a Milano come operaio militarizzato presso la fabbrica di aeroplani “Caproni” con la qualifica di saldatore (gli aerei dell’epoca avevano una struttura tubolare simile a quella delle biciclette: non per nulla i fratelli Wright erano meccanici ciclisti!).

Negli Anni Venti del Novecento l’Italia conosce una certa ripresa economica e la bicicletta, scendendo il costo medio sotto le cento lire diventa un mezzo a larga diffusione. Ettore assume alcuni operai e ottiene un’importante licenza per la costruzione del telaio e l’assemblaggio delle famose biciclette tedesche Dürkopp, che prdoceva, oltre a biciclette, macchine per scrivere, cucire, moto e auto.

Quando, dopo la Prima Guerra Mondiale, l’industria tedesca riparte, la ditta mette in atto una politica di penetrazione dei mercati stranieri molto aggressiva e di concezione moderna stipulando contratti di concessione del marchio con alcuni grossisti ai quali spedisce i kit di montaggio, le biciclette venivano quindi assemblate in Italia utilizzando il materiale proveniente dalla Germania. Sono però gli anni Trenta che vedono il decisivo affermarsi dell’azienda Nicoletti: gli operai diventano una decina, tra le varie produzioni incontra grande successo la bicicletta modello “Balloncino” che diventerà l’articolo di punta della ditta, un mezzo robustissimo con coperture molto larghe, quasi un’antesignana della moderna mountain bike. Questa bici, oltre che dalla normale clientela, veniva richiesta anche come mezzo di lavoro da Ferrovie dello Stato e Magazzini Generali di Verona. Quest’ultimo ente continuerà a commissionare questo particolare modello fino agli anni ’90. In quel periodo Ettore ottiene anche un importante contratto con l’Esercito per la manutenzione delle biciclette militari in dotazione al locale Autocentro.

Sono anni nei quali, per merito anche di grandi figure sportive, il ciclismo agonistico diventa lo sport più amato in Italia e aumenta da parte della clientela la richiesta di telai e biciclette da corsa. Ettore fonda una squadra di ciclisti con la maglia bianca e blu “Cicli Nicoletti” gareggia anche il figlio Silvano che subentra al padre dopo la seconda guerra mondiale. Ai tradizionali modelli di biciclette sport, viaggio e corsa negli anni Cinquanta si affianca la produzione di ciclomotori, equipaggiati con il famoso motore “Mosquito” Garelli. Negli anni Settanta a Silvano si affianca nella gestione dell’attività il figlio Alfredo che sarà l’ultimo proprietario. Oltre alla produzione tradizionale la ditta costruisce mountain bike, city bike e trekking, biciclette da corsa tecnologicamente avanzate per amatori e squadre ciclistiche giovanili con le quali ottiene risultati sportivi lusinghieri. La ditta “Cicli Nicoletti Ettore”, produzione e vendita biciclette, chiude i battenti nel 2010. Negli spazi del negozio è oggi presente una collezione di biciclette d’epoca prodotte dall’azienda nel corso degli anni assieme ad altre di marchi famosi come Taurus, Legnano, Umberto Dei, Edoardo Bianchi, Cinelli, nell’esposizione trovano posto anche storiche tabelle smaltate, manifesti pubblicitari, foto e cimeli sportivi, vecchia e prestigiosa componentistica Campagnolo dei tempi eroici del ciclismo, libri e documenti legati alle due ruote. Nella vecchia officina, ricostruita com’era ottant’anni fa e ancora perfettamente  efficiente, si respira un’atmosfera particolare. Pareti, oggetti, attrezzi e pavimenti trasmettono emozioni. Qui lavora Alfredo Nicoletti, autore del piacevole e nostalgico libro ‘Tutte le bici che non ho più’ (Scripta Edizioni), che esegue di tanto in tanto interventi di manutenzione e restauro su biciclette della collezione con precisione certosina. I locali dell’esposizione e dell’officina sono aperti e visitabili.

Museo della bicicletta

Una simpatica collezione realizzata da Vinicio Comberlato, contagiato dalla passione dal padre Arduino che praticò il ciclismo dal 1948 al 1951. La raccolta propone un centinaio di biciclette italiane e francesi dai primi del 1900 fino al 1980, oltre a  bici da bambino, bici militari, bici da turismo e bici dei vecchi mestieri. In collezione anche maglie autografate da professionisti.

Velocipedi e Biciclette antiche

Nella raccolta sono oggi presenti 180 velocipedi e biciclette che coprono più di 150 anni di storia: dalla draisina del 1818 alle bici da corsa che parteciparono al Giro d’Italia dei tempi eroici del ciclismo. La collezione è suddivisa in otto sezione: le origini, le classiche, i freni a leva rovescia, le curiosità, le bici da bambino, da lavoro, da corsa e le Taurus. Tra i molti pezzi significativi vale la pena ricordare la Michaudine del 1865, la Singer del 1872, la Quadrant del 1889 o la Bianchi del 1888, e ancora un Cripper, triciclo da corsa del 1878 ed una Clement Grand B del 1874, un nutrito gruppo di biciclette a cardano. Molto particolare anche la Giraffe dell’inglese Humber la prima bicicletta al mondo con telaio trapezioidale regolare del 1993, o la FB (Fratelli Brivio) di Milano del 1925 realizzata in pochissimi esemplari per il Giro d’Italia di quell’anno. Notevole anche la rappresentanza delle marche italiane in particolare Bianchi, ma anche Atala, Dei, Frera, Stucchi, Legnano, Monterosa, Biks, Maino, Cinelli, Frejus, Gloria, Cimatti, Masi e tante altre ancora. Nutrita la presenza di bici da lavoro, dei bersaglieri e dei bambini. Un’intera sezione è stata dedicata alla Taurus, casa nata a Norimberga nel 1906 ma già nel 1908 presente in Italia. Questo marchio si è sempre distinto per l’eccellenza meccanica e l’impiego di materiali d’avanguardia come il duralluminio. Della Taurus è presente pressochè tutta la produzione.

Collezione Gianfranco Bisiccia

Auto, moto, biciclette, macchine agricole e attrezzi e manufatti utilizzati nell’agricoltura e nell’artigianato. Quella di Gianfranco Bisiccia è una collezione che racconta storia e tradizioni. Una raccolta che è frutto di 50 anni di attenzione verso il passato. La cura che il suo ideatore ha avuto per le cose che sono state utilizzate dall’uomo per coltivare la terra è stata tale da averlo spinto a raccogliere quanto non veniva più utilizzato dopo l’avvento dei macchinari a motore.
La collezione si compone di attrezzature e macchine agricole in uso nell’800 e 900 nelle campagne
per lo più dell’Italia Centrale e vanno dalle più piccole falci, zappe e coltelli alle più grandi trebbiatrici, sgranatrici e sgusciatrici e sfavatrici.
Le vecchie attrezzature agricole presenti nella collezione sono testimoni di tutto ciò che durante tutta l’attività agricola stagionale, poteva essere utilizzato per lo svolgimento delle varie fasi culturali. Non possono pertanto mancare: macchine semoventi e trattori, macchine operatrici per l’aratura, l’estirpatura, l’erpicatura, la semina, l’ archiatura, e la raccolta. C’è anche quello che veniva utilizzato nel vigneto e nella cantina, nella stalla e nel bosco.
Come detto all’inizio, completano la collezione auto, moto e biciclette degli anni ’20, ’30, ’50 e ’60.
La collezione non ha la presunzione di essere esauriente per quanto concerne il mondo contadino
ed artigiano delle Marche, ma rappresenta un significativo contributo alla conoscenza di quelle
realtà ormai perdute ed un invito a riviverle con emozione e spirito di riconoscenza.
Da anni sono Bisiccia è alla ricerca di Enti o istituzioni che possano mettere a disposizione locali idonei per la realizzazione di un museo pubblico dove tutto il materiale possa essere visibile dal pubblico, degli storici e delle scuole, che possono usufruire anche di una adeguata documentazione
storica. Si ricorda che l’intera collezione è supportata da un’opera libraria composta da 10 volumi, raccolti in tre cofanetti, per un totale di circa 4.000 pagine, che illustrano con foto, dati tecnici e notizie varie ogni elemento della collezione. Questi libri sono stati editi dall’Asi Service nel 2013 e sono acquistabili compilando l’apposito modulo su “La Manovella”.

Museo Storico della Bicicletta “Toni Bevilacqua”

Nel paese del ciclismo“ dove le vie principali portano il nome dei ciclisti più famosi, si trova il Museo Storico della Bicicletta e qui tantissime biciclette d’epoca vi aspettano per raccontarvi la loro storia.

Il padre e oggi ovviamente direttore – del Museo Storico della Bicicletta è Sergio Sanvido, classe 1928 e cesiolino doc, che ha dedicato l’intera vita alla bicicletta: ha fatto il riparatore, il restauratore e il commerciante di biciclette, e per 3 anni, dal 1946 al 1949, ha anche partecipato a delle competizioni sportive.Vent’anni fa ha iniziato a raccogliere biciclette in tutto il mondo con l’intento di dare vita a un museo.

E’ nata così, il 29 giugno 1997, in casa Sanvido, la prima versione del Museo Storico della Bicicletta dedicato alla memoria del veneziano Toni Bevilacqua, campione del mondo dell’inseguimento nel 1950 e 1951.Successivamente Sanvido ha voluto regalare la sua collezione al comune di Cesiomaggiore che ha provveduto, con l’aiuto della Fondazione Cariverona e della Regione Veneto, alla collocazione di questa preziosa raccolta di biciclette, accessori e memorie del ciclismo nazionale e internazionale.

Finalmente, 170 pezzi della collezione Sanvido hanno trovato un degno contenitore, creato appositamente per loro, all’ultimo piano della scuola elementare di Cesiomaggiore e, il 31 marzo 2007, la nuova sede del Museo Storico della Bicicletta “Toni Bevilacqua” è stata inaugurata alla presenza di tanti campioni del ciclismo del passato e di numerosi appassionati.